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IL VIAGGIO

“A molti individui o popoli può accadere di ritenere che ogni straniero è nemico, quando questo avviene al termine della catena sta il lager.” Da questa convinzione di Primo Levi parte IL VIAGGIO che attraversa il dolore umano, raccontando i campi di sterminio. La tessitura drammaturgica ha una struttura metateatrale: immagina, infatti, una compagnia di attori ebrei che prova Le Baccanti di Euripide. La scelta non è ovviamente casuale. La tragedia narra l’invasamento di Agave e l’uccisione del figlio Penteo che si rifiuta di credere in Dioniso, rigettando il culto della personalità e l’adorazione incondizionata del dio. L’analogia con il nazismo e ogni dittatura nata dall’acquiescenza delle masse è evidente. Gli attori diventano essi stessi protagonisti di un viaggio senza ritorno verso Auschwitz. Lo spettacolo ripercorre la disperazione del tragitto, sino alla destinazione infernale dei lager. Le voci di Primo Levi e le riflessioni di Pasolini sulla Shoà danno vita a una partitura polifonica in cui prevale l’aspetto corale tipico della scrittura tragica senza catarsi. La storia non sembra aver espiato ancora le sue colpe e il teatro sembra essere l’unica possibilità di resistenza alla rimozione perché ancora rituale collettivo. Le vittime e i carnefici condividono in scena le sorti di un’umanità dolente e senza riscatto, a cui solo il palcoscenico può garantire la vita. Lo spettacolo, nella sua coralità riflette un’umanità dolente, senza nome e senza identità, afferma la condizione inesorabile del prigioniero e decreta la demolizione dell’ uomo. Ognuno degli attori è un sopravvissuto che non può avvalersi del diritto di rimozione ma ha il dovere di ricordare assecondando il potere salvifico della scena. L’ attore, quindi sacrifica ogni velleità narcisistica a favore di un progetto collettivo che ha il compito di trovare un nuovo linguaggio atto a esprimere una memoria che va al di là di ogni possibile parola e arriva all’ essenza del dolore